Se due o più individui vedono un frutto possono assegnargli un nome, ad esempio MELA. Il suono di quella parola richiamerà alla mente di chi era presente l’immagine del frutto. Il frutto può essere raccolto e mangiato; le parole che definiscono questi atti sono concetti che potranno essere applicati a qualsiasi frutto però in quanto atti non posseggono un corrispondente reale univocamente identificabile.

La costruzione di un identifiticativo vocale tanto per i nomi che per i concetti è facilmente realizzabile in un consesso di soggetti che possono visivamente identificare gli oggetti o seguire le azioni che vengono compiute su od intorno ad essi. Ma un linguaggio così creato non consente di comunicare direttamente con chi non era presente e non possiede alcun riscontro per collegare il suono delle parole ad oggetti od atti sconosciuti.

Quali strategie possono essere messe in atto per stabilire una convenzione comune tra due gruppi, quelli che hanno creato nuove parole e quelli che non vi hanno partecipato ?

In realtà entrambi i gruppi sono già in possesso di un metalinguaggio che, come abbiamo visto, deriva per successivi sviluppi fin dai primati ma, rispetto alle parole di nuovo conio, si trovano nelle condizioni di gruppi che parlano lingue diverse reciprocamente sconosciute.

Il modo più immediato è quello che ancora oggi noi adottiamo per comunicare con persone con le quali non abbiamo alcuna affinità linguistica, e cioè la gestualità e la mimica in appoggio alla parola di cui si vuol trasmettere il significato.

Ma c’è un particolare in merito alla gestualità che non mi risulta sia mai stato messo in evidenza. L’efficacia del gesto nella comunicazione in ambiente povero di riferimenti possibili richiede che coloro ai quali è diretto possano seguirne l’evoluzione ordinale e temporale; in altri termini che possano avere la percezione globale dell’inizio, lo sviluppo, la fine del gesto e rivederne le fasi anche secondo un diverso ordine. Per ottenere questo risultato non c’è altro modo che lasciarne traccia compiendo il gesto a contatto di una superficie o del suolo, disegnandone il tracciato.

Questa ipotesi, che può trovare conferma in un comportamento così radicato da influire ancora oggi nel nostro modo di agire, ha una conseguenza: LINGUAGGIO ed IMMAGINE sono nati contestualmente interagendo in maniera estremamente efficace.

L’apporto dell’immagine nella formazione culturale dell’Homo Sapiens Sapiens, nello sviluppo della sua intelligenza ed in aiuto alle sue capacità di comunicazione nella fase iniziale della civilizzazione è stato fino ad ora sottovalutato.

               

I rari, straordinari esempi che ci sono pervenuti, di cui vediamo nelle immagini una piccola rassegna, mostrano soltanto le fasi terminali di una evoluzione che deve aver richiesto tempi molto lunghi, paragonabili a quelli necessari alla formazione del linguaggio.

               

Per riprodurre delle raffigurazioni l’uomo si è servito dei supporti più vari, dalla superficie del suolo (su terra o sabbia) alle foglie, dalle pelli di animali a frammenti di corteccia, schegge di legno o di pietra, o qualunque cosa che presentasse una superficie idonea e registrare un segno.

Tutti i supporti ed i segni deperibili sono andati irrimediabilmente perduti e non ci è possibile seguire la crescita di una facoltà che oggi definiremmo protoartistica.

               

Questa definizione, non ostante l’alto significato che vi possiamo attribuire, risulta in questo contesto riduttiva perché non dà conto della complessa combinazione di organizzazione neuronale, di capacità associativa, di manualità estesa e precisa, di destrezza gestuale, di emulazione che la realizzazione del segno comporta. Nelle grandi scenografie delle grotte di Altamira e Lascoux appare lo straordinario livello raggiunto dall'uomo in una fase ancora primitiva della sua formazione.

Possiamo renderci conto della complessità della evoluzione necessaria per sviluppare la capacità di tracciare un segno grafico, o creare una forma, semplicemente osservandone lo sviluppo nel bambino che pure dispone di un ambiente ricchissimo di stimoli e di esempi.

Se non tenessimo conto della evoluzione intellettuale che ha portato alla realizzazione del segno, elemento fondante del disegno, non potremmo spiegare l’origine delle immagini che abbiamo appena visto che, evidentemente, non possiamo pensare siano state create senza un’adeguata maturazione formativa.

Da quanto si è detto possiamo trarre alcune indicazione sulle concause che hanno determinato l’origine della civiltà.

Affinché i metodi per lo sviluppo del linguaggio, e, non secondario, dell’immagine, possano avere la massima efficienza devono poter operare all’interno di un gruppo compatto con una buona coesione e rapporti continui tra i suoi componenti.

Se, come appare probabile, il Sapiens Sapiens è rimasto presso il suo luogo di origine per oltre 100.000 anni, forse per una prolificità relativamente modesta ed una dieta particolarmente adatta alle risorse del territorio, si è trovato nelle condizioni migliori per poter sviluppare le doti che lo faranno diventare la specie vincente.  

Il Neanderthal, al contrario, si è disperso rapidamente, probabilmente alla ricerca di risorse per una diversa dieta od una diversa esigenza di adattamento ambientale, perdendo in questo modo la possibilità di incrementare le sue capacità intellettuali attraverso la partecipazione individuale alle esperienze della collettività.

Quando il Sapiens moderno ha cominciato a muoversi alla conquista del mondo la sua cultura materiale era forse inferiore a quella del Neanderthal e del tardo Sapiens arcaico ma possedeva una elasticità mentale, un protolinguaggio più esteso e preciso, una organizzazione sociale basata su gruppi più numerosi ed integrati, che gli hanno permesso di assorbire le culture di tutti i predecessori esaltandole con una rapidità sorprendente.

Sapiens moderni, Neanderthal e Sapiens arcaico o Erectus  hanno convissuto a lungo sugli stessi territori, pare senza incrociarsi, o, se incroci ci sono stati non hanno avuto alcun seguito, né pare ci siano stati rapporti conflittuali tra le due specie; tuttavia la convivenza ha condotto i Neanderthal ed Erectus all’estinzione all’incirca 30.000 anni fa. La loro scomparsa costituisce un autentico giallo che può essere spiegato in un solo modo: Il Sapiens moderno può aver portato malattie verso le quali Neanderthal ed Erectus non avevano difese immunitarie e l’organizzazione sociale di questi ultimi in gruppi piccolissimi può aver contribuito alla loro estinzione. Non era nemmeno necessario che si trattasse di malattie particolarmente gravi, ma in un piccolo gruppo è sufficiente che vengano colpiti i membri più attivi nella caccia e nella provvista del cibo perché tutto il gruppo sia condannato a morire per inedia.

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